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Amiamo fortemente la giustizia

11 settembre 2012 @ 10:30 Categoria: Editoriale

Quando le situazioni si normalizzano, quando si smette di parlare, quando le televisioni si spengono, quando i veri cronisti dimenticano per altre agende un evento prolungato e la gente dimentica, quando cala il silenzio, è allora che si deve tenere alta l’attenzione e serrare le fila per evitare compromessi, annacquamenti e cedimenti della giustizia successivi, in alcuni casi, ai cedimenti dell’opinione pubblica.
C’è un luogo in Italia dove in merito ad un evento doloso, cosiddetto eventuale, mascherato da evento colposo, è calato il silenzio. In realtà non c’è mai stata un’attenzione vera, sincera e pulita da portatori di bandierine che hanno frequentato il processo solo per farsi vedere o per strumentalizzare le disgrazie e le miserie degli imputati o simili. Ciò è stata la prassi per tutti questi mesi tranne in rari casi per lo più di origine straniera.

Quello intorno ai parenti delle vittime è stato ed è un silenzio surreale che inizia il 6 aprile 2009, che urla, che fa male. In una città dove dannatamente i cittadini cercano la normalità dopo il polverone mediatico che per anni ha anestetizzato lo sradicamento dalla dolce abitudine quotidiana di provincia, anche i parenti delle vittime sognano la normalità, ben consapevoli che non potranno mai più averla, anche in caso di giustizia ma che può essere sicuramente più vivibile sapendo di aver fatto il proprio dovere. Parlo dei parenti delle vittime che hanno chiesto alla giustizia italiana di fare emergere le evidenti responsabilità su quanto avvenuto i mesi precedenti il 6 aprile 2009 sul territorio della città dell’Aquila a causa della comunicazione e delle omissioni della Commissione Grandi Rischi.

Si, fratelli, figli, mariti, mogli, genitori e nipoti hanno perso la vita il 6 aprile 2009 e ci sono degli imputati eccellenti sotto processo a L’Aquila. Per dei loro comportamenti consapevoli qualcuno ha perso la vita per sempre. Non le cose, i vestiti, i libri, la casa o i sogni. Si sono spenti per sempre e ci sono delle cause non naturali che hanno determinato ciò. Penso ogni santo giorno alle ore, ai minuti o ai secondi che hanno preceduto l’insensibilità e poi il nulla di carni uguali alle mie. Penso al respiro affannoso ed in alcuni casi pauroso dei miei cari e di tutti gli altri concittadini negli ultimi istanti. Qualcuno urlava, cercava di divincolarsi, reagire e fare qualsiasi cosa per non crepare in quel modo con la più immeritata e mostruosa delle morti. Mentre in pochi non erano coscienti e non hanno avvertito, se non per alcuni secondi, il nulla avvicinarsi per inghiottire la propria vita, in molti, senza distinzione d’eta, hanno respirato e mangiato coscientemente per ore polvere e sassi con la faccia schiacciata contro gelide pietre, i termosifoni d’acciaio o i ruvidi solai di cemento armato. E il dolore era vivo, si faceva sentire e non era mediatico. L’attesa dei soccorsi è durata tre ore, quattro ore, cinque ore e sei ore a via Campo di Fossa e alla fine il tempo non contava più. I soccorsi dei premiati servivano ai fortunati perché per gli sfortunati, dopo tutte quelle ore, tutto era silenzio. La morte era arrivata nel silenzio assordante delle lunghe notti aquilane ed era andata via lasciando la scena prima al cinguettio degli uccelli che volavano alti in uno cielo azzurro surreale e dopo agli show televisivi serviti, fin dal primo giorno, per glorificare non si sa bene cosa.

Chi ha cercato di trovare immediatamente la lucidità, per far emergere i fatti e far capire l’immane tragedia umana, è stato sapientemente censurato ed insabbiato. Non si parla di ragion di stato ma l’ipotesi di un’inchiesta parlamentare non è stata neanche sfiorata e nessuno si è battuto per richiederla. E con con gli anni anche le coscienze si sentono a posto e cristianamente nel giusto.

A pochi giorni dalla ripresa del processo alla Commissione Grandi Rischi che volge al termine per quanto riguarda il primo grado di giudizio non posso esimermi da questa riflessione.

Ormai non annoierò, insieme ad altri sventurati, con il teorema che quello che è accaduto a noi poteva accadere a chiunque all’Aquila se solo l’orario fosse stato diverso, sperando di avere almeno il caloroso supporto dell’opinione pubblica. E neanche spenderò parole per far capire che in quei palazzi, in quegli ultimi mesi, non dovevamo esserci se solo fossimo stati in possesso di un quinto delle informazioni di cui erano in possesso i componenti della commissione grandi rischi e gli altri enti preposti alla gestione del territorio, a prescindere dal crollo o meno degli stessi. O almeno, chi voleva esserci lo avrebbe fatto coscientemente e senza essere fuorviato dalle informazioni rassicuranti create ad arte per non si sale quale malsana retro cultura scientifica o consolidata prassi di comunicazione di massa. Per fare bene la sceneggiata non sono state avvicinate neanche risorse umane pronte ad intervenire in caso di emergenza o mezzi pesanti utili a rimuovere velocemente quei maledetti solai. Come abbiamo appreso dalle successive intercettazioni tutto era voluto e pilotato da un regista vestito con i panni del buon samaritano che in realtà era nientedimeno che un mangia fuoco avvolto dal delirio di onnipotenza.

Questa volta voglio solo augurarmi che le istituzioni preposte al giudizio siano libere. Perché dove non c’è libertà non ci può essere responsabilità e, quindi, non ci può essere né colpa né premio né pena. Questo principio già presente nel medioevo e citato da Dante nel suo poema venne posto alla base delle legislazioni civili e penali di tutti i popoli moderni:

Color che ragionando andaro al fondo,
S’accorser d’esta innata libertate;
Però moralità lasciato al mondo (Purg., XVIII, 67)

Per coloro che chiedono il perdono a prescindere senza avere parenti sotto le pietre dico che il perdono è un atto d’amore di grande umanità che tutti noi ci auguriamo di poter raggiungere su questa terra ma il nostro atto d’amore deve essere preceduto dal pentimento. Non si può passare il fiume del perdono e dell’oblio senza il pentimento che faccia piangere adeguatamente le colpe commesse:

Alto fato di Dio sarebbe rotto,
Se Letè si passasse, e tal vivanda
Fosse gustata senza alcuno scotto
Di pentimento che lacrime Spanda. (Purg., XXX, 142)

L’alto fato di Dio è l’inviolabilità della giustizia che deve essere attuata in pieno, con il pentimento. Ma di pentimenti non c’è traccia da nessuna parte. Anzi, in alcuni casi abbiamo assistito a dolorose conferenze stampa in cui si affermava che, potendo tornare indietro nel tempo, ci si comporterebbe di nuovo allo stesso modo e si comunicherebbero le stesse cose a testimonianza del fatto che si sta ancora recitando una parte mancando completamente la consapevolezza del male che si è arrecato singolarmente e collegialmente con il proprio comportamento.

Il comportamento della Commissione è stato difforme da quanto previsto dalla normativa italiana in materia di compiti della stessa e difforme dalla prassi comportamentale accettata a livello internazionale in riferimento alla comunicazione di massa in situazioni di crisi (a riguardo invito caldamente le persone responsabili della comunicazione della Protezione Civile Nazionale ma anche il giudice del processo a leggere il libro di Michelantonio Lo Russo, “PAROLE COME PIETRE, La comunicazione del rischio” che, ahimè, è stato pubblicato nel 2004 ma che purtroppo non faceva parte della libreria della Protezione Civile di via Ulpiano a Roma e neanche delle librerie degli altri componenti della Commissione Grandi Rischi. Il libro è accessibile gratuitamente online come pdf all’indirizzo http://www.baskerville.it/libri/bsc/lorusso_parole.html [1] ).

Io mi auguro di avere la forza di sentire la sentenza del processo alla Commissione Grandi Rischi.

…sia colpa e duol d’una misura. (Purg., XXX, 108).


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