“L’uomo misura di tutto in Patrikios”


Biondi LilianaL’Aquila – (di Liliana Biondi, docente universitaria e componente della giuria del Premio Bonanni) – «Con queste mani piagate dalla schiavitù / toccheremo il cielo», scriveva, nel 1948, il poeta greco di Atene, Titos Patrikios, in un vigoroso componimento ora compreso nel suo primo denso florilegio tradotto in italiano, “La resistenza dei fatti” (traduzione di Nicola Crocetti, Crocetti Editore, Milano 2007) che racchiude poesie tratte da sedici sillogi precedenti comprese tra il 1948 e il 2007; due versi, quelli citati, che nell’abbraccio dell’intero percorso storico dell’uomo, si aprono alla speranza.
Il poeta Titos Patrikios è, quest’anno, l’ospite illustre chiamato a rappresentare all’Aquila l’VIII edizione del Premio Internazionale di Poesia “L’Aquila” intitolato alla scrittrice Laudomia Bonanni, istituito dalla CARISPAQ e dalla Provincia. Un’edizione straordinaria, questa del 2009, senza premi, ma con tanti premiati: sono i vincitori delle sette edizioni precedenti invitati a dedicare alla Città ferita ma non abbattuta, piegata ma non mortificata, sensazioni, riflessioni, sentimenti sul tragico evento del 6 aprile. Una gratitudine profonda va alle due istituzioni, in modo particolare ai rispettivi Presidenti, Antonio Battaglia e Stefania Pezzopane, che hanno voluto tenere in vita, malgrado le innumerevoli difficoltà legate al sisma, questo avvenimento culturale cittadino di ampio respiro, che conta, tra i momenti più alti, la presenza di una voce poetica autorevole nel mondo. Questa, nei due giorni precedenti la cerimonia di premiazione, è in contatto diretto con le scuole, con le carceri e con la cittadinanza.
Una poesia, quella di Titos Patrikios, innanzitutto, di riflessione, di pensiero sull’uomo e sull’umanità; una poesia che incarna davvero il significato etimologico -che è quello greco- della parola “poesia”, cioè “fare”; e il poeta costruisce i suoi versi su base etica, di valore, piuttosto che su quella metrica; sobri e misurati anche nella forma. Le radici della nostra civiltà, il greco Patrikios, le ha ben radicate. “La poesia si fa / senza suoni melodiosi / senza colori” (p.132), scrive. Io non sono in grado -leggendo i suoi versi solo in lingua italiana- di dire se la sua poesia sia davvero priva di suoni melodiosi; ma posso dire che essa contiene sempre un pensiero, una riflessione, una considerazione sul passato, in primo luogo, storico e privato, sulle cose, sugli eventi, sull’amore, imponendo al lettore di riflettere a sua volta, per finire, quasi sempre, col riconoscere la ragione superiore del poeta: “È sempre la stessa presunzione: / incidere la tua vita in un’altra vita / come se volessi cavare dalla pietra / la statua di te stesso / convinto di liberare la pietra” (p.108). Quanto ai colori, la sua poesia non ne ha, se la trasparenza non ha colore, tanto essa è chiara, diretta, esplicativa. In realtà due colori predominano: l’azzurro: del cielo, del mare e della speranza; e il rosso, spesso collegato col nero: del sangue versato, delle guerre, del buio, dell’odio, della morte; e un bel colore, unico, sono anche “Le spighe dei capelli”(p.97). Mancano, nella sua poesia, il pessimismo e, tornando metaforicamente ai colori, anche le sfumature, perché il poeta non ha titubanze; non può averle, perché il primo assunto che egli dà è così chiaro e definito che quello che consegue diventa con-seguente e quindi ragionevole e retto. Non ha neanche temi, la sua poesia, perché tutti li comprende, essendo la vita umana, potremmo dire con Protagora, la misura di tutte le cose, buone o cattive, passate, presenti, future: “perché in tutti c’è qualcosa che non si perde / in tutti c’è qualcosa che la vita stringe forte nelle mani”(p.43). Egli stesso, sopravvissuto al feroce regime dei colonnelli, reputa la propria vita un dono da rendere agli altri: “Così, come un dono immeritato mi fu data la vita, / e tutto il tempo che mi resta / è come se mi fosse stato regalato dai morti / per narrare la loro storia”(p.77). E, seppure il tempo tenderà a cancellare e a trasformare le cose, Patrikios è convinto che saranno l’arte (molto bella, in proposito, Di lance e guerrieri, p.161) e la parola a resistergli e a vincere. Diverse sono le poesie dedicate all’importanza della parola, che immortala “fatti”, persone, miti: “si perdono i tratti / svaniscono i volti a uno a uno, / resta soltanto e non invecchia / la lingua che li ha descritti” (p.125). Difensore della propria lingua, essendo quella ereditata dai suoi avi e dalla sua millenaria cultura, e consapevole che “Conosciamo, tastiamo, ci impariamo / in mondi fatti di molte lingue” (p.133), non può esimersi dall’esaltare l’energia della poesia politica:“I versi non rovesciano i regimi / ma certamente vivono più a lungo / di tutti i loro manifesti”(p.121), e la poesia senza aggettivi, perché, “Passando in rassegna le cose già accadute / la poesia cerca risposte / a domande non ancora fatte” (p.149).
Un bel testo La resistenza dei fatti, che si arricchisce rileggendolo, come tutti quei libri che dietro la linearità e la semplicità nascondono tante complesse relazioni testuali e di pensiero. (Nella foto: Liliana Biondi)


31 Ottobre 2009

Categoria : Cultura
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