Un intervento di Giulio Petrilli


L’Aquila – Scrive Giulio Petrilli: “Qualche giorno fa il quotidiano Il Dubbio, in un articolo sull’inferno del 41 bis nel carcere de L’ Aquila ha ricordato la storia di
Diana Blefari.
Io la conobbi quando visitai per la prima volta il carcere speciale de L’ Aquila nel 2006 e stava male, molto male.
Non reagiva a nulla.
Sdraiata nel suo letto non ascoltava nessuno.

Questa donna detenuta, era accusata di far parte delle nuove Brigate Rosse.

Facemmo una raccolta firme e tante iniziative per toglierla dal 41 bis.
Non ci riuscimmo.
In pochi, ma ci provammo in tutti i modi a salvarla.
Andammo anche a Roma Rebibbia a trovarla.
Allora ero segretario provinciale di Rifondazione e francamente feci del tutto per questa battaglia, noncurante di essere accusato da un lato di essere filo terrorista e dall’altro di essere un umanitarista asservito alla delegittimazione dell’identita’ rivoluzionaria della Blefari.
Ma tra queste due accuse, andammo avanti per la terza via e cercammo in tutti i modi di strapparla alla morte.
Ma non ci riuscimmo.
Diana Blefari si suicido’ il 31 ottobre del 2009, nel carcere di Rebibbia.
Il 13 maggio del 2009 in una lettera diceva “Se vogliono che mi cucia la bocca, me la cucio.
Se vogliono che parlo, diro’ tutto quello che mi dicono di dire, ma io non posso piu’ stare cosi’.
Io non so proprio cosa fare, io chiedo perdono a tutti, ma basta per pieta’.
Basta, basta, basta!
Io voglio uscire. Devo uscire. Giuro che esco a mi ammazzo e vi libero della mia presenza, ma io di questa tortura non ne posso piu’.”
Queste parole descrivono completamente e intensamente cosa e’ il 41 bis.


29 Giugno 2016

Categoria : Attualità
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