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Attacco alla flottiglia della libertà

31 maggio 2010 @ 23:13 Categoria: Dai Lettori

[1](di Carlo Di Stanislao) – La notte del 15 febbraio 1988, un’imbarcazione esplodeva nel porto cipriota di Limassol. Si trattava dell’Al Awda (“il ritorno”) ed era carica di aiuti umanitari destinati ai profughi in Palestina. Il Mossad che collocava una bomba sul quello scafo qualche ora prima aveva ucciso i tre membri dell’OLP incaricati della missione. Ispirati da quel primo tentavo tragicamente fallito di rompere l’occupazione via mare, il 23 agosto 2008 una quarantina di attivisti provenienti da ogni angolo del pianeta navigando su due fragili pescherecci riuscirono nell’impresa di sbarcare a Gaza, infrangendo un assedio che durava dal 1967. In seguito a quell’epica missione, altre 4 volte gli attivisti del Free Gaza Movement riuscirono a condurre barche cariche di aiuti e attivisti all’interno della Striscia. Durante e dopo il massacro israeliano del gennaio 2009, tre ulteriori sbarchi furono violentemente impediti dalla marina israeliana. Stavolta il tentativo si è concluso in modo tragico, con un ‘assalto dell’esercito israeliano al convoglio navale di attivisti filopalestinesi, che stava cercando di forzare il blocco nella Striscia di Gaza per portare aiuti alla popolazione locale, causando la morte di 10-20 attivisti civili, nella notte fra il 30 ed il 31 maggio. Secondo una fonte ufficiale dell’esercito dello stato ebraico citata dalla Tv satellitare al Arabiya, la flotta di sei navi era guidata da un’imbarcazione con bandiera battente turca con 600 persone a bordo ed aveva sfidato il blocco imposto da Israele dirigendosi verso Gaza, dalle acque internazionali a largo di Cipro. Secondo fonti dell’esercito, le forze di sicurezza israeliane sarebbero state attaccate dalle persone a bordo della ‘flottiglia di pace’, dopo esser state intercettate, con armi da fuoco e coltelli, di qui la sanguinosa reazione. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu si è detto “dispiaciuto” per le perdite di vite umane nel corso dell’assalto compiuto la scorsa notte dai militari israeliani contro un convoglio navale che stava cercando di rompere il blocco della Striscia di Gaza, affermando che i soldati “sono stati costretti a difendersi”. Il presidente Usa, Barack Obama, ha compreso le ragioni per cui il premier Netanyahu ha cancellato l’incontro alla Casa Bianca di domani, ma, al contempo, nel corso di un cllloquoi telefonito con premier istraeliano, ha chiesto i di conoscere “il prima possibile” le circostanze esatte in cui è avvenuto l’assalto dell’esercito israeliano al convoglio navale di attivisti filopalestinesi. . Netanyahu, impegnato oggi in una visita in Canada, avrebbe dovuto recarsi domani alla Casa Bianca, ha deciso di annullare i suoi impegni e di tornare immediatamente in patria. Non c’è nessuna crisi umanitaria, nessuno muore di fame: nella striscia di Gaza, il problema è controllo del territorio, nelle mani di un’organizzazione terroristica. Il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak è costretto a convocare una conferenza stampa in fretta e furia, dopo l’alto numero di vittime durante l’arrembaggio di una flottiglia di attivisti filopalestinesi da parte della marina militare al largo di Gaza. La posizione del governo israeliano è quella di sempre: l’isolamento di Gaza ha il solo fine di impedire l’afflusso di armi e di terroristi. E Israele, ha aggiunto Barak, è decisa a difendere con determinazione la sua sovranità. In precedenza il vice ministro degli Esteri, Danny Ayalon, aveva affermato in mattinata che gli organizzatori della flottiglia hanno connessioni con organizzazioni terroristiche internazionali come Hamas e al Qaeda, aggiungendo che il convoglio ha fatto un tentativo violento e provocatorio di rompere il blocco navale. L’eco internazionale della strage al largo delle coste di Gaza, tuttavia, è enorme e minaccia di trasformarsi in un’operazione con riflessi molto negativi per Israele. Esplode la rabbia del mondo islamico, protesta la Lega araba, si sente (persino) la voce dell’Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune europea, Catherine Ashton, che “condanna fortemente” l’uso eccessivo della forza da parte di Israele contro la flotta pacifista diretta a Gaza, ribadisce la richiesta dell’apertura immediata di un’inchiesta e definisce “inaccettabile” il blocco di Gaza. Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, si dice “scioccato” per l’attacco alla flotta degli attivisti pro-palestinesi e condanna l’episodio. La tensione con la Turchia, già in crescita da mesi, raggiunge livelli di guardia. E aumenta l’apprensione, in Israele, per la reazione dell’amministrazione Obama. In Israele, fin dalle prime ore dopo l’assalto, anche la stampa più vicina al governo Netanyahu si interroga sugli sviluppi internazionali dell’incidente. Dopo 60 anni di inininterrotte relazioni diplomatiche con la Turchia – il cui governo, scrive Haaretz, “ha sostanzialmente ‘sponsorizzato’ questa flottiglia, e i cui cittadini sono tra i morti” – Ankara non è certo una possibile sponda per guadagnare la comprensione di chicchessia. Anzi: le relazioni fra i due Paesi sono precipitate negli ultimi mesi al livello più basso dalla nascita dello stato di Israele. La Turchia ha richiamato il suo ambasciatore in Israele, mentre il capo dell’ufficio politico di Hamas, Khaled Mashaal, ha già preso contatti con molti leader e responsabili arabi per discutere la questione della ‘strage della libertà’ e fra questi presidente libico Muammar Gheddafi, quello yemenita Ali Abdallah Saleh, il vice presidente siriano Faruq al-Sharaa, il ministro degli Esteri siriano Walid al-Muallim, il Segretario generale della Lega Araba Amr Moussa, il Segretario generale dell’Organizzazione della Conferenza Islamica Ekmeleddin Ihsanoglu. Dal 2007 la Striscia di Gaza è sottoposta a un embargo da parte di Israele che, per evitare che arrivino rifornimenti di armi, ha imposto rigide limitazioni su cosa può o non può entrare nel territorio. Da tempo le organizzazioni umanitarie denunciano quello che viene definito “un assedio di stampo medievale” che va a colpire gli abitanti della Striscia. Israele assicura di non avere mai posto ostacoli alle forniture umanitarie, ma in certi casi sono scattati divieti a prima vista incomprensibili. L’import di generi di base è permesso ma ci sono eccezioni: sono ammessi farina e olio, carne in scatola, acqua minerale, tè e caffè, ma sono vietati la frutta sciroppata, i succhi di frutta e il cioccolato. Per la frequente chiusura dei valichi dovuta a “motivi di sicurezza”, anche le forniture di emergenza dell’Onu sono saltuariamente bloccate. Israele consente in linea di massima il passaggio di forniture mediche ma l’organizzazione mondiale della sanità, l’Oms, sostiene che il blocco ha di fatto accelerato lo sfascio del sistema sanitario della Striscia, soprattutto per carenza di attrezzature mediche. Ban Ki-Moon, segretario generale dell’ONU, si è detto “sconvolto” per l’assalto a Freedom Flottilia ed ha chiesto al governo israeliano di condurre un’inchiesta completa sull’accaduto. “Condanno questa violenza”, ha detto il segretario generale dell’Onu nel corso di una conferenza stampa nella capitale ugandese, dopo l’apertura della conferenza sulla Corte Penale Internazionale. In precedenza, la responsabile dell’Alto Commissariato Onu per i Diritti Umani, Navi Pillay si era detta profondamente preoccupata per le restrizioni militari di Israele su Gaza. “Nella Striscia di Gaza – ha affermato – il blocco continua a minare ogni giorno i diritti dei cittadini. Ci sono stati pochi passi avanti nella quantità dei prodotti che si possono introdurre. La situazione attuale è ben lontana dal permettere ai cittadini una vita normale e degna”. La Ue condanna l’uso della violenza da parte di Israele. E’ quanto si legge in un comunicato al termine della riunione di emergenza degli ambasciatori Ue a Bruxelles. In ministro Frattini, capo della diplomazia italiana, deplora “in modo assoluto l’uccisione di civili” e chiede l’apertura di un’inchiesta per capire cosa sia accaduto durante l’assalto israeliano alle navi di aiuti umanitari dirette a Gaza. Franco Frattini dice di aver appreso “con grande sconcerto di questa azione militare” che considera “inaccettabile e grave in senso assoluto, indipendentemente dalle motivazioni della flottiglia: Quando si uccidono dei civili è sempre un atto grave e ingiustificabile”. “E’ indispensabile” ha aggiunto, “che un’inchiesta accerti la verità dei fatti, che ancora non sono chiari”. Sulla situazione è intervenuto il capo dello Stato Giorgio Napolitano, esprimendo “sgomento e allarme” per “il tragico bilancio dell’attacco”. In una nota diffusa dal Quirinale, il presidente ha allo stesso tempo auspicato che “le ragioni del dialogo prevalgano sulla violenza, e che si scongiuri così una ancora più grave spirale di tensioni e di scontri che avrebbe conseguenze esiziali sul travagliato e fragile processo di pace in Medio Oriente”. Intanto sono esplose proteste anti-israeliane in molti Paesi arabi, dalla Turchia all’Iraq. Il governo egiziano ha convocato l’ambasciatore israeliano per chiarimenti, mentre la Lega araba ha rivolto un appello ai propri membri perché “riconsiderino” i loro accordi con Israele. La Siria ha in particolare chiesto una riunione d’urgenza dell’organismo panarabo. Da Doha, il segretario generale della Lega, Amr Moussa, ha puntato il dito contro Israele, sostenendo che “l’attacco indica che non è pronto per la pace”. Il presidente palestinese, Mahmoud Abbas, ha definito l’assalto alla spedizione umanitaria “un massacro”, mentre dall’Iran il presidente Mahmoud Ahmadinejad ha preconizzato “la fine di un regime falso e brutale”. Il governo israeliano respinge però tutte le accuse e rilancia le testimonianze dei membri del commando che ha preso parte all’operazione, compiuta nella notte in acque internazionali. Nei tafferugli con gli attivisti, sei soldati israeliani sono rimasti feriti, uno in modo grave. Le squadre speciali che hanno bloccato un’imbarcazione battente bandiera turca, la Mavi Marmara, raccontano che ad aprire il fuoco per primi sono stati gli attivisti, in possesso di armi e spranghe. Sin dai tempi dei cananei, gli antenati dei palestinesi e nel corso dei secoli il porto di Gaza è stato crocevia di popoli e di culture, di scambi commerciali e traffici di spezie preziose, anello di congiunzione fra Africa Asia ed Europa. Ora sigillato dall’assedio è una finestra nel vuoto che collima col baratro delle speranze di libertà e pace per il futuro dei palestinesi.


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