Riflessioni nella notte – La morte voluta da Magri


(di Carlo Di Stanislao) – Si chiama suicidio assistito e richiama le vicende di Welby e di Eluana Englaro , ma è di tipo tutto diverso. Come è diverso dal suicidio, un anno fa, di questi tempi, di Mario Monicelli, niente affatto legato ad una malattia. Si era raccomandato ai suoi più cari amici, quelli de “il Manifesto”, di non fare celebrazioni, né commemorazioni e, soprattutto, di lasciar perdere necrologi. Poco prima di partire per il suo ultimo viaggio, in Svizzera, dove un medico amico lo avrebbe aiutato ad uccidersi, aveva anche pagato le pompe funebri, che ne avrebbero raccolto le spoglie, in sordina, lontano da ogni clamore, per tumularlo vicino alla sua Mara, nella tomba che lui con cura aveva predisposto dopo la morte della stessa. Si è finito a 79 anni, non perché era malato, ma perché non aveva più voglia di vivere Lucio Magri, fondatore de “il Manifesto”, comunista scomodo e protagonista della “sinistra eretica”, perché, come ha scritto agli amici, vivere gli era diventato intollerabile. Scrive Simonetta Fiori su Repubblica che il gesto, meditato più volte e più volte rinviato, nasce da una depressione vera, incurabile: un lento scivolare nel buio provocato da un intreccio di ragioni, pubbliche e private. Sul fallimento politico – conclamato, evidentissimo – s’era innestato il dolore privato per la perdita di una moglie molto amata, Mara, che era il suo filtro con il mondo. Magri era entrato nel Pci negli anni Cinquanta, poco più che ventenne, dopo un’esperienza nella gioventù democristiana a Bergamo. Venne accolto nella segreteria del partito di Bergamo, poi nel direttivo regionale lombardo e di là passò poi a Botteghe Oscure. Nel 1969, dopo lo choc dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia, in dissenso con le timidezze e le reticenze del Pci, fu tra gli animatori del gruppo (con tra gli altri Rossana Rossanda, Luigi Pintor, Valentino Parlato, Luciana Castellina) che diede vita alla rivista “il Manifesto”. Radiato dal partito, nel 1971, si allontanò anche dal quotidiano che aveva fondato, per creare il Partito di unità proletaria per il comunismo. Nel 1984 rientrò nel Pci, dove rimase fino alla dissoluzione e trasformazione nel Pds, nel 1991; in quel momento aderì al gruppo continuista e partecipò alla nascita del Partito della Rifondazione comunista, dove rimase fino al 1995, quando la sua corrente lasciò il partito e poi rientrò nei Democratici di sinistra. Una scelta che Magri non condivise, preferendo restare fuori dai partiti. Due anni fa aveva pubblicato un libro: “il sarto di Ulm”, per il Saggiatore, in cui si misurava con una possibile storia del più grande partito comunista dell’Occidente: il Pci e quello che ne era derivato. Il titolo, per la verità, non è così chiaro ma viene spiegato fin dalle prime pagine. Il sarto di Ulm nasce da un apologo di Bertolt Brecht, ricordato da Pietro Ingrao in un’assemblea popolare. Il sarto in questione sosteneva di poter volare con un apparecchio che si era costruito da solo e un giorno si presentò dal vescovo della sua città, dicendogli: “Ora posso volare”. Il prelato non si emozionò particolarmente. Semplicemente disse all’artigiano: “Allora provaci”. E l’uomo finì spiaccicato sul selciato. Ma, commenta Brecht, “dopo alcuni secoli gli uomini riuscirono effettivamente a volare”. Ma lui, Magri, aveva smesso di crederlo, progressivamente e disperatamente ed è stato così che ha cercato la morte. Il libro di Magri, non famoso come quello dei politici introdotti e presentati dai vari Vespa, ma acuto, attento, sensibile, sofferto ed intelligente, non indulge nell’autobiografico, ma tenta, da intellettuale militante, di fare i conti con la storia del comunismo novecentesco e di quello italiano in particolare, senza narcisistiche raccolte di aneddoti ed episodi di vita personale. La notizia della scomparsa di Lucio Magri e delle sue circostanze, ha suscitato moltissime reazioni. Al dolore e alle testimonianze d’affetto di moltissimi militanti della sinistra di vario orientamento e naturalmente in primo luogo dei tanti che hanno condiviso con Magri almeno una parte del proprio percorso politico e intellettuale, si sono affiancate numerose prese di posizione polemiche da parte di leader politici, centrate sulla decisione di chiudere volontariamente la propria vita piuttosto che sulla personalità e le idee politiche dello scomparso. Di fronte alla morte di Magri, Vannino Chiti, vicepresidente del Senato, chiede “rispetto e pietà”, che “si eviti di promuovere un’ennesima disputa ideologica, si privilegi il silenzio che ci fa riflettere e induce a compassione, sentimenti densi di fraternità umana”. Ma il suo appello è raccolto solo in parte. Lo fa Pier Ferdinando Casini, che non cade nella trappola del dibattito sul “fine vita” nonostante formazione e ferma convinzione cattoliche. Su Twitter, il leader Udc scrive: “Sono molto rattristato per la scomparsa di Lucio Magri, che ho conosciuto come appassionato intellettuale dirigente della sinistra”. Ben altro tono è usato dal centrista Maurizio Ronconi, che invita al silenzio soprattutto quanti “vorrebbero definire il suicidio un atto coraggioso e non invece di viltà, e anche quelli che ambirebbero trasformare una dramma della solitudine in un esempio”. E sono molti altri ad intervenire, da destra a sinistra, con feroce senso critico o profondo rispetto. Ma su tutte svettano le parole semplici di Peppino Englaro, padre di Eluana. “Vale solo e sempre un principio: il primato della coscienza e della libertà personale”. Secondo Englaro, “nessuno può entrare nella coscienza di una qualsiasi persona. Questo signore evidentemente ha esercitato il primato della sua coscienza. E’ tutto lì. E tutto si riassume in queste parole, nel primato della coscienza personale, che non può essere messo in discussione da nessuno sulla faccia della terra”. Alla luce di questo primato, conclude Englaro, “certe scelte non vanno necessariamente condivise, ma devono essere sempre rispettate”. “Il Manifesto” ricorda in prima pagina Magri, con un corsivo: “la vita- gli era diventata insopportabile, sia sul piano politico che su quello personale, in particolare dopo la morte della moglie, Mara, per un tumore”. E questo basta, io credo, per autoderminarsi nella morte. “Per ciò che concerne la morte volontaria, io non intravvedo in essa né un peccato né una viltà. Ritengo invece che la certezza che questa soluzione sia per noi disponibile rappresenti un buon aiuto per sostenere la vita e tutte le sue difficoltà”. Ricordiamole ora e sempre, questa parole di Herman Hesse e, soprattutto, non facciamo “troppi pettegolezzi”, perché la morte, qualunque morte, è una cosa maledettamente seria. Ricorda Emilio Coveri, presidente di Exit Italia, l’associazione “per il diritto ad una Morte Dignitosa”, che al suicidio assistito si arriva dopo un lungo iter e se la domanda di Lucio Magri è stata accolta le sue condizioni sono state ritenute tali da giustificare questo passo. Il primo passo è la richiesta alla clinica, che viene corredata di cartelle cliniche e pareri medici che attestino le condizioni del paziente, ha spiegato Coveri. Questi viene poi esaminato da una commissione di tre medici uno dei quali, se la domanda viene accolta, accompagna il paziente fino alla fine. I medici non accolgono la richiesta se pensano che la condizione sia reversibile, o se la richiesta sembra fatta più sull’impulso del momento. Dall’Italia, nel 2010, sono stati 19 i pazienti la cui morte è stata assistita dalla clinica svizzera Dignitas, l’unica che accoglie anche pazienti stranieri e di questi due avevano la depressione. Ogni anno circa 200 persone ricorrono alla morte assistita in Svizzera, dove tale procedura è consentita dal 1941, a condizione che non sia legato ad alcun motivo egoistico ed è ammessa solo in modo passivo, cioè procurando ad una persona i mezzi per suicidarsi, ma non aiutandola a farlo. Secondo le cifre fornite dall’associazione “Dignitas”, l’organizzazione ha accompagnato fino alla fine del 2010 un totale di 1.138 persone, di cui 592 provenienti dalla Germania, 118 dalla Svizzera, 102 dalla Francia, 19 dall’Italia, 18 dagli Stati Uniti e 16 dalla Spagna. Ignazuio Marino, medico e senatore Pd, ha chiesto: “un rispettoso silenzio” per Magri, perché “ci sono luoghi della nostra coscienza intorno ai quali nessuno deve permettersi di esprimere giudizi”. Ma poi Marino finisce per cedere alla tentazione e al dibattito da cui vorrebbe tenersi lontano, sottolineando la differenza “tra eutanasia o suicidio assistito e libertà di scelta delle cure a cui sottoporsi. Non dividiamoci ancora tra ‘pro vita’ e ‘pro morte’. Ecco allora la differenza fra il comunismo istituzionale di ieri e di oggi e la libertà di coscienza, sempre assoluta ed autentica, a cui Magri si è sempre ispirato. Commentando la morte per suicidio di Roberta Tatafiore, scrittrice e femminista italiana, che si è tolta la vita l’8 aprile del 2009, molti commentatori, da Simonetta Fiori ad Anna Bravo a tante altre, hanno parlato di una “scelta estrema di libertà”, di “libera morte”, come “rivendicazione di possesso”. Per molti (e questa va rispettato), la vita non è un dono della natura o del Creatore, ma una condizione autonoma, che può essere accettata o respinta, secondo la soddisfazione che se ne può o meno ricavare. C’è una differenza notevole dalla rivolta romantica del Werther, e persino dalla caduta nel “vizio assurdo” di Cesare Pavese quando non resse più la fatica del mestiere di vivere, per non parlare del senso lancinante e invincibile di impotenza sentito da Primo Levi di fronte al male che gli pareva sommergesse tutto. Herbert Marcuse, dopo aver negato tutti i presupposti metafisici dell’essere, postulava che l’unico dogma dal quale si potesse partire è che la vita è degna di essere vissuta. O che almeno può essere resa tale. Anche se per alcuni credenti (e fra questi lo scrivente), la libertà è intrinsecamente legata alla vita, perché questo presuppone la comune convinzione della dignità della persona, che è concetto ripetuto da tutti come una banalità, almeno in Occidente, ma che sta logorando gradualmente il suo significato profondo; occorre pur rispettare chi, invece, vede nella scelta estrema del togliersi la vita, una estrema forma di libertà, che è libertà di disperazione e quindi di morte. Insomma, in questa tenaglia esistenziale, in questo conflitto di vedute e posizioni, non c’è risposta buono o cattiva, al di fuori della nuda pietà, che deve diventare compassione, perché non trova nulla da compartire, se non il dolore.


30 Novembre 2011

Categoria : Cultura
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