Interviste: dalla vela al rugby, passo è breve


Sambuceto – GIOVANI EMERGENTI: STEFANO SERVADIO, 18 ANNI, CLASSE E BRAVURA CONDITE CON SEMPLICITA’ E MODESTIA – (di Stefano Leone)
Dalla vela al rugby il passo è breve. Specialmente se il vento di bonaccia spinge forte e la barca la fa arenare proprio sulla linea laterale di un campo da palla ovale. E si, perché Stefano Servadio, un altro rampollo della nidiata di giovanissimi emergenti della Rugby Sambuceto 2008, aveva iniziato con buon impegno lo sport della vela. Lui, nato ad Ancona, il 27 novembre 1996, approdato 150 km più a sud, durante la frequenza delle scuole medie si era dato alla barca a vela. Ed è stato proprio il mare, a spingere nella scelta del rugby, Stefano. La barca a vela è un tipo di imbarcazione la cui propulsione è affidata principalmente allo sfruttamento del vento. Deve essere stato proprio il vento dello sport a galvanizzare questo giovanotto e farlo passare dallo spinnaker alla palla ovale.
- STEFANO COME E’ SUCCESSO CHE DALLA VELA DI UNA BARCA SEI FINITO NELLE AZIONI TUTTE FORZA E INTRAPRENDENZA DEL RUGBY?
“Ero in terza media alla “Tinozzi” di Pescara quando, un giorno, passeggiando al mare, incontrai il mio professore di educazione fisica, Vincenzo Pasquali, che con il presidente Angelone, stavano allenando dei ragazzi. Mi fermai per salutare e mi fu proposto di andare al campo a provare. Andai. Ed eccomi qui”
- COSA TI PIACE DEL RUGBY
“Mi piace lo spirito di squadra. Io che sono arrivato da uno sport come la vela ero curioso di capire cosa si provasse a giocare per se e per i compagni.
- SUBITO ALL’INIZIO DUE CAMPIONATI UNDER 16 E POI UNDER 18; QUALI SONO STATE LE SPINTE EMOTIVE CHE HAI PROVATO?
“La solidarietà che c’è fra compagni di squadra. I valori e le capacità del singolo sono importanti ma se non c’è la solidarietà dei compagni nel rugby non fai grandi cose. Poi c’è la spinta emotiva del compagno che ti incoraggia quando sbagli e ti esalta quando fai buone cose. Insomma è una spinta emotiva costante che ti consente di essere sempre in partita. Spesso tocca a te, poi, esortare il compagno in difficoltà e dunque questo interscambio di ruoli alla fine paga sempre”.
Ragazzo dalla faccia pulita, come tutti gli altri d’altronde, a guardarlo si fa fatica ad accostarlo mentalmente al gioco della palla ovale; fisico atletico ma non titanico, ti sorprende, invece, quando lo guardi all’opera. Stefano Servadio gioca nel ruolo di primo centro. I centri devono avere buone capacità per tutti gli aspetti del gioco: devono essere in grado di rompere la linea difensiva avversaria e di poter fare dei buoni passaggi. Quando si passa all’azione di difesa, i centri devono essere degli ottimi placcatori. Stefano Servadio è, in tutto questo, come uno studente che ha ben studiato la lezione. Ogni qualvolta viene chiamato in causa dai suoi tecnici, Stefano, risponde all’interrogazione del campo con diligenza e passione.
- STEFANO DAI DICIAMOLO, NON PUO’ ESSERE SEMPRE TUTTO ROSE E FIORI, DOPO TUTTO E’ SEMPRE UNO SPORT DI SQUADRA E, DUNQUE, PER QUANTO NOBILE L’ANTAGONISMO CON I COMPAGNI PER IL POSTO IN SQUADRA C’E’ SEMPRE (cerhiamo di affondare i colpi con una domanda insidiosa N.d.r.).
“Certo che c’è ed è normale che ci sia. Ogni giocatore vuole essere protagonista in campo e, per fare questo, deve essere in competizione con altri compagni. Tutto questo però va fatto con onestà e coscienza, senza comportamenti subdoli. Poi è l’allenatore che decide chi meglio, in quel momento, può fare gli interessi della squadra scendendo in campo”.
Una risposta così tu l’aspetti da Tana Umaga oppure da Conrad Smith ed invece questo ragazzino dalla faccia del velista ti spiazza per la sua semplicità nell’interpretare un ruolo, quello di atleta dal prezioso futuro, che molti della sua età vorrebbero avere. Allora, vista tanta modestia e saggezza proviamo a provocarlo.
- STEFANO, COME TI RAFFRONTI CON COMPAGNI ED AVVERSARI MOLTO PIU’ GRANDI DI TE?
“Con rispetto e stima poiché sono atleti con molta più esperienza di me. Da loro, siano essi compagni o anche avversari, posso solo apprendere tecniche e atteggiamenti comportamentali. Aggiungo che fa molto piacere poiché, loro sono anche lo specchio dei tuoi miglioramenti e, dunque, da loro si può solo imparare”.
Tu prendi una risposta così e non hai più nulla da chiedere. Cos’altro vuoi che ti dica un ragazzino di appena 18 anni che dimostra tanta semplice normalità pur nella sua evidente bravura? Nulla. “Ci si può drogare di cose buone, e una di queste è certamente lo sport…” disse un giorno Alessandro “Alex” Zanardi e Stefano, dalla barca a vela alla palla ovale dimostra sempre e comunque che il buono a lui piace. Bravo ragazzo, ci dispiace aver rubato un Paul Cayard alla vela ma il rugby ha acquistato un Tana Umaga fatto in casa.


14 Gennaio 2015

Categoria : Le Interviste
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