Leggi per capoluogo e ricostruzione


(Foto: archivio Unità, disordini per il capoluogo) – Per il momento, la proposta di legge (regionale) per L’Aquila capoluogo è stata fatta a pezzettini dal consiglio comunale, che l’ha spulciata, analizzata, moltiplicata, appizzutata e rispedita in Regione. Stando con i piedi per terra, dovrebbe, domani, assicurare ruolo e risorse alla città, consolidarne l’immagine, produrre degli effetti positivi. Dovrebbe.
C’era chi proponeva, a rigore di logica, prima di tutto la restituzione di tutti gli uffici e degli assessorati, ma sono solo sogni nel cassetto. Canti di sirene. Non rimane che accontentarsi e aspettare che dalle parole si transiti ai fatti. Quando? Domanda improponibile.
L’altra legge (nazionale) per la ricostruzione, resta lì dove ci hanno sempre garantito che si trova in gestazione. A Roma. Si sta cucinando una legge del genere dopo sei anni dalla distruzione. Sono i tempi italiani, è la politica italiana. Nessuno ci salverà da irrazionalità, pressappochismo, cecità politica, carenza di logica e di efficienza. Neppure un terremoto ci è riuscito.
Del resto, la prima a doversi muovere già dal 2009 avrebbe dovuto essere la Regione, producendo una sua legge per la ricostruzione. Così come la prima cosa da fare era quella urlata al vento dal sindaco Cialente sei anni fa: una piccola tassa di scopo, e avremmo risolto il problema dei soldi.
Si potrebbe dire che è tutto qui: due leggi e passa la paura. Non potevano farle prima? Un capoluogo (che lo è più o meno dal 1971) deve essere distrutto per diventarlo anche sulle carte? Una distruzione non si ripara con una legge ad hoc per ricostruire? Tutto vero, se fossimo altrove, e non in Italia. Periodo ipotetico del terzo tipo.



28 Febbraio 2015

Gianfranco Colacito  -  Direttore InAbruzzo.com - giancolacito@yahoo.it

Categoria : Editoriale
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