Giustizieri: 1951, la Bonanni e i percorsi storici nel dopoterremoto di 59 anni fa


L’Aquila – ( di Gianfranco Giustizieri) – In riferimento all’ editoriale “Il professor terremoto”, ecco un documento interessante che risale al 1951 e alla scrittrice aquilana Laudomia Bonanni. Il sisma, oltre il dolore e la distruzione, continua a donarci delle sorprese, Santa Giusta ultima in ordine di tempo, che ci conducono a rivedere le nostre conoscenze culturali e a rivisitare i luoghi e i tempi della memoria.
Il pensiero condiviso per non dimenticare spinge a ricercare le tracce, anche molto lontane, di una città che non c’è più rivalutando i nostri ricordi personali e scoprendo negli scritti le testimonianze di coloro che in ogni tempo l’hanno amata e descritta.
E’ sempre più evidente la necessità di riposizionare percorsi storici e culturali che il terremoto ha interrotto per superare l’attuale frammentazione e bene fanno alcuni nostri illustri concittadini come Clementi, Capezzali, Cavalieri ed altri, a riallacciare il filo della memoria per ritrovare persone, luoghi e fatti che altrimenti correrebbero il rischio di perdersi per sempre in una città che sta smarrendo il suo tessuto urbano e sociale.
Allora un ulteriore contributo di una grande scrittrice che proviene da un tempo passato per un tempo presente e futuro, sempre per non dimenticare”.

Da “Il Giornale d’Italia” venerdì 28 settembre 1951
(n.d.r – A L’Aquila c’era stato un forte terremoto nel settebre del 1950, epicentro nella zona Montereale-Campotosto)
Dal Calendario Amiternino alla Venere d’Alba Fucens
(di LAUDOMIA BONANNI)
Lo sperone altissimo del Castello s’è stagliato per la solennità in un cielo intenso teso, a gonfaloni di nuvole bianche immobili, e il Gran Sasso s’è mostrato nell’azzurro in eccezionale bellezza, la roccia nitida e insieme palpabile, di quel grigio-polvere che impastato con la luce sembra d’una remota materia astrale.
La folla, nel parco, per il muraglione del fossato, sino al ponte d’ingresso, aveva già visto passare la lunga teoria delle macchine, applaudendo a quella del Presidente della Repubblica, puntualissima: tutta la città per le vie, non era stata delusa di un minuto.
Già deserto il cortile, fermi azzurro e nuvole sull’antica pietra, per entro ogni arcata del doppio porticato maestoso. E ricolmo l’auditorium (ricavato da una delle vastissime casematte pentagonali, a volta cupoliforme, dei bastioni), con macchie vivide di porpore prelatizie fra lo scuro degli abiti borghesi e qualche svariar blando di vesti femminili. Dietro al tavolo, il fine capo pallido del Ministro Segni, che stava proclamando la nascita del Museo Nazionale d’Abruzzo.
Posta a fronte, una poltrona di schienale alto, scaturendone quella testa grigia, solida, a lievi bozze, e, di sotto, una delle gambe obliqua sulla punta del piede, con la medesima inclinazione del bastone.
Quando s’è alzato e rivolto, il piccolo viso asciutto del Presidente Einaudi non è parso, al primo momento, appartenere a quella testa; ma la strettura inciva degli occhi e la spinta del mento concordavano con le proporzioni e la fisionomia d’un cranio che va tuttavia guardato a sé: un uomo che va guardato alla testa, con tutta la potenza nella testa. E ha messo innanzi quel suo claudicar deciso e preciso che tanto gli appartiene, come ogni parco gesto della raccolta persona: un piccolo nodo strettissimo di volontà.
Al suo fianco, anche lui piccolo raccolto e pertinace, il giovane Sopraintendente Chierici, con la felice imperturbabilità di chi ha guadagnato, lungamente perseguita, un’ardua meta: questa complessa difficile perfetta realizzazione di bellezza e di arte, nel cinquecentesco Castello rinato a nuova vita, quasi inverosimile in una provincia.
La folla degli invitati è sparpagliata nelle sale a pianterreno del museo, dalla prima, col raro Calendario Amiternino, all’ultima, con la snella casta succinta Venere, ultima apparsa or ora di sotterra dagli scavi di Alba Fucens.
Donna Ida Einaudi è ferma dinanzi alla grande Maschera Gorgonica, in mano le orchidee viola che le sono state offerte, il leggero nodo grigio dei capelli sul collo ricurvo; solleva gli occhi d’un velato azzurro, sorride affabile con la sua un po’ stanca aria materna. Il Presidente è piegato a osservare la Pompa Funebre, forse quelle antichissime prefiche che sono le medesime lamentatrici dannunziane della Figlia di Iorio e i cui gesti si ritrovano immutati in ogni cordoglio funebre delle nostre campagne.
Per il solenne scalone si va alla pinacoteca, subito alle corrose porte lignee di Alba, svanito merletto a vaghi motivi arabi, che dall’opposta parete il San Bernardino in campo azzurro, senza quei suoi piccoli piedi divaricati dalle caviglie consunte, persi nel taglio rigido della tonaca, guarda mite incavando la bocca. La sfilata delle sale è chiara e diritta, ciascuna raddoppiando di profondità per la formidabile strombatura delle finestre. Vi s’avanza, priorale, un po’ come a casa propria l’Ambasciatore di Spagna: qui ebbero alloggio i governatori spagnoli.
Le signore s’incantano alle Madonne, Madonne regine e Madonne contadine, tutte soffuse di grazia e vigorosa maestà, da quella di Silvestro dall’Aquila, d’una dolcezza in viso straordinariamente vibrante – l’ardita sproporzione del grembo e del Bambino ne fa un simbolo di maternità – a quella rosa da gran presepe di Saturnino Gatti, fanciulla soavissima. Accanto al San Sebastiano ligneo di Silvestro, con tanto strazio nelle ossa tese delle clavicole, stanno l’Ambasciatore di Francia e l’Ambasciatrice. Nel mirare, essa piega la nuca bionda tra il grigio del cappellino e dell’abito (un grigio-polvere gransasso si direbbe) parlando da intenditrice col giovane Sopraintendente, cui si deve il sobrio e talvolta ispirato allestimento delle sale.
Si torna, per lo scalone, in cortile, nella fulgida chiarezza del bel giorno di primo autunno. Le macchine cominciano a scivolare verso il portale e il ponte. Anche la Maiella è apparsa, incorporea in un cilestro lattiginoso. Fosse stato protocollare, avremmo domandato al Presidente se riconosceva l’aria sottile di montagna, l’aria sua piemontese, e il ritegno pieno di riflessiva simpatia di questa pacata “gente alta” che raramente applaudisce. E stavolta l’ha fatto.
La seconda giornata aquilana ha raccolto al Grande Albergo un limitato numero di persone intorno al premio letterario Campo Imperatore. Per il primo, nel ’50 – e così tornerà ad essere – s’andò sui duemila con la funivia al Gran Sasso, all’Albergo di Campo Imperatore, nella sede e cornice proprie del premio, così com’è stato istituito dall’Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo. La variante è stata voluta per accostare al premio un poco più la cittadinanza, quella parte almeno che il prossimo anno lo seguirà sicuramente in montagna.
Bonaventura Tecchi ha detto del racconto, genere letterario difficile, fissando alcuni punti basilari per la narrativa, ascoltato assai attentamente specie dal gruppo dei giovani. Da cui è uscito, a ricevere il secondo premio, il ventenne Angelo Narducci, già l’altro anno segnalato dalla giuria. Ha chiesto di tributar l’omaggio a Nicola Moscardelli aquilano, di cui è stata premiata a Valdagno un’opera postuma.
Il primo classificato, Massimo Franciosa della Fiera Letteraria, era anche lui a Valdagno a ricevere un premio giornalistico, e le signore si sono rammaricate di non vedere quest’altro giovane vincitore.
Poi, giuria e premiato sparsisi per la sala, davanti ai tavoli del tè si sono accese conversazioni, letterarie e no. Era l’ambiente in cui si sarebbe parlato dell’avvenimento del giorno prima in un certo modo, ed è infatti venuto fuori il più bell’episodio della visita di Einaudi. Pare che, fuor dal giro predisposto, sentendo parlare della leggenda del numero 99, abbia voluto vedere la Fontana delle 99 Cannelle. All’arrivo improvviso delle macchine, le lavandaie sbalordite si son tirate via dai piloni. Un piccolo vecchio signore affabilissimo, avranno magari dubitato un momento d’essere innanzi al primo cittadino della Repubblica. E s’è messo a parlare, ha dato la mano, lui e la signora, quella donna semplice così materna. Bene, su quelle mani le lavandaie si son buttate a baciare: piangevano e anche Donna Ida era visibilmente commossa.


15 Ottobre 2010

Categoria : Storia & Cultura
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