Dan Fante, una testimonianza d’amore


L’Aquila – (di Goffredo Palmerini) – Ero fermo ai Quattro Cantoni, il 22 agosto scorso, a mezzogiorno, mentre il sole d’un cielo azzurro e terso picchiava forte sull’Aquila. Là, dove il cardo e il decumano marcano da secoli il principale incrocio della città ma anche il consueto punto d’incontro degli aquilani, lo stavo aspettando senza potergli andar incontro, per via della noiosa ingessatura alla gamba destra che da quaranta giorni m’appesantisce non poco. D’altronde, proprio nei paraggi, lui testimonial d’eccezione, si sarebbe tenuta un’altra delle numerose iniziative che l’Associazione “Jemo ‘nnanzi” da quel tragico 6 aprile 2009 porta avanti nella città devastata dal terremoto. Questa volta si tratta d’un murale nel cuore della città, al quale Dan Fante, figlio del mitico scrittore italo-americano John Fante e scrittore di successo egli stesso, darà il primo spruzzo di colore. Dan sta arrivando da Torricella Peligna, il magnifico borgo sotto la Majella che diede i natali a suo nonno Nicola (Nick) e dove ogni anno d’agosto si tiene il Festival letterario “Il Dio di mio padre” dedicato a John Fante, giunto alla sesta edizione. Un evento sempre più prestigioso, come si dirà. Più volte Dan, che ama profondamente l’Abruzzo, la terra degli avi, vi ha partecipato come ospite d’onore. Quest’anno è venuto al Festival insieme a Victoria, sua sorella, terza dei quattro figli di John e Joyce Smart: Nick, il primogenito, morto investito da una macchina, Dan, appunto Victoria e infine James.

C’è un piccolo ritardo a causa dell’ingorgo provocato da un incidente sulla statale che da Pescara porta alla città capoluogo d’Abruzzo. Mezz’ora di coda. E infatti di tanto slitta l’arrivo all’Aquila. Cesare Ianni, presidente del Gruppo d’azione civica “Jemo ‘nnanzi”, nei giorni scorsi aveva così annunciato la visita dello scrittore: “Abbiamo invitato Dan Fante perché possa rendersi conto di persona della situazione del centro storico della città dell’Aquila, l’acropoli della nostra identità”. Ora Cesare, insieme agli esponenti di punta del movimento – Angelo De Nicola, Francesca Pompa, Stefano Ianni – e agli altri numerosi membri dell’associazione, stanno aspettando lo scrittore alla Fontana Luminosa. Arriva su un cellulare la notizia dell’arrivo ai giornalisti e agli operatori televisivi che sono in attesa ai Quattro Cantoni. E infatti dopo qualche minuto spunta Jacopo, maglietta neroverde dell’associazione, un ragazzo “argento vivo”. Come un antico banditore, in megafono annuncia per imminente l’arrivo di Dan Fante. Corso Vittorio Emanuele è pieno di turisti, nonostante tutto. Quello che resta dell’Aquila, almeno lungo l’asse che dalla grande e bella fontana dello scultore Nicola D’Antino scende fino alla Villa comunale, è un pullulare di persone, in questi giorni. Si fa fatica a riconoscere qualcuno, tra tanta gente. Ma la grande scritta verde “Jemo ‘nnanzi” sulla polo nera, quella sì che si nota in mezzo alla folla. Se ne vedono un bel numero, in gruppo, venir giù verso i Quattro Cantoni.

Riconosco Dan nella prima fila del gruppo, l’inconfondibile cappello a tesa larga e gli occhiali scuri. Gli vado incontro. “Hi Dan”. Mi abbraccia, con un bel sorriso aperto. Poche frasi elementari, le mie, è scarso il mio inglese. Eppure i gesti e lo sguardo ci rivelano molto di più delle parole. Gli chiedo un’impressione sulla città, quella stessa che nel 2005 l’aveva intrigato e stupito a prima vista. Comprendo dagli occhi la sua emozione, la condivisione intensa della nostra sofferenza. Ne ho conferma dal nostro breve colloquio, con l’aiuto di Cristina Di Benigno, più che l’interprete il gioviale angelo custode dello scrittore nella sua permanenza in Abruzzo. Siamo ora sotto i Portici, il sole spacca le pietre. Stefano Ianni, pittore che ha dato forma d’arte al motto aquilano dell’associazione, sta già preparando quanto occorre per dipingere il murale. Cesare e Angelo sono intenti a concordare con il responsabile del cantiere quale parte della parete di recinzione possa essere destinata alla realizzazione del murale. E’ anche questo uno dei gesti fortemente simbolici – l’associazione ne ha realizzati diversi, di grande impatto, come il tricolore di 25 metri “Jemo ‘nnanzi” appeso alla Torre civica per i 150 anni d’Unità d’Italia, la riattivazione della storica fontana di Santa Maria Paganica, e altri ancora – che manifestano il desiderio degli aquilani di riconquistare la propria città, i luoghi della memoria e i luoghi del nostro futuro che vorremmo già presente. Lo si legge nei volti dei componenti dell’associazione, ciascuno con la sua maglietta, personalizzata sul dorso. Lo esprimono gli occhi degli aquilani che sono venuti a presenziare a questo evento, austero nella sua semplicità eppure così denso di profondità emotiva. La straordinaria sensibilità dello scrittore coglie appieno queste sensazioni, per quanto intime, segrete, composte. Non è per niente rituale e mondana la sua presenza. Persino fisicamente Dan vive questa intensità, quantunque distratto dai pressanti inviti a posare per una foto ricordo, a dare volto e voce alle riprese delle televisioni, a rispondere a domande e interviste.

E’ tutto pronto, ormai, per realizzare l’opera. Tocca allo scrittore, sotto la scrupolosa guida di Stefano Ianni, dare al murale i primi colpi di colore. Dapprima il nero. Lo spray avanza velocemente sull’impronta in plexiglas del murale, Dan segue con cura le indicazioni dell’artista. Poi si passa al verde, altre parti del murale ricevono il colore. Faccio osservare allo scrittore, con l’aiuto di Cristina che traduce, come il nero e il verde sono i colori della città da quel disgraziato 2 febbraio 1703, quando L’Aquila conobbe un altro dei suoi disastrosi terremoti. Quella volta fece migliaia di vittime, oltre a distruggere gran parte della città e dei borghi del circondario. Il nero e il verde sostituirono il bianco e il rosso che erano gli antichi colori civici. Dopo quella tragedia il nero segnò il lutto e il verde simboleggiò la speranza della rinascita. Come in effetti poi avvenne, quando la città venne ricostruita più bella di prima. Ed è anche oggi questa la speranza, questa la determinazione degli aquilani. Stefano dà all’opera gli ultimi ritocchi di colore. Dan chiede un’altra bomboletta di spray nero. Si dispone accanto al murale e muove lo spray scrivendo sul tavolato “From my heart to L’Aquila. Dan Fante”. Più che una firma, è una bella e intensa testimonianza d’amore per la nostra città. Gli ho scritto un messaggio, il giorno dopo, inviato al suo indirizzo email insieme ai link della rassegna stampa che gli avevo raccolto. “Grazie davvero di cuore per la tua testimonianza d’amore verso la nostra città, devastata dal terremoto. Ti vogliamo bene, sei un nostro fratello!”. Appena rientrato a Sedona, in Arizona, dove da qualche anno vive, Dan ha risposto: “Goffredo, always good to hear from you. Thanks for the links. It is my honor to help support L’Aquila’s struggle. Best regards, df”. L’onore è nostro, di tutti gli aquilani, caro Dan, nel privilegio di ricevere la tua amicizia e il tuo sostegno nella sfida che attende L’Aquila!

Conobbi Dan Fante a Los Angeles, nel gennaio del 2005. Ero andato con una delegazione guidata dal sindaco dell’Aquila per una serie d’incontri istituzionali e di iniziative culturali, culminate alla UCLA, prestigiosa università della metropoli californiana, con una conversazione tra Dante Ferretti, scenografo premiato un mese dopo con l’Oscar per il film The Aviator di Martin Scorzese, Robert Rosen, direttore del dipartimento di Cinema e Teatro di quell’ateneo, e Gabriele Lucci, autore d’un prezioso volume sullo scenografo, edito da Electa e Accademia dell’Immagine, che nel marzo di quello stesso anno sarebbe stato presentato con grande successo al Guggenheim Museum di New York. In quella occasione, per rendergli l’omaggio della città capoluogo d’Abruzzo e della terra natale di suo nonno, avevo contattato Dan Fante muovendo l’Associazione Abruzzese e Molisana di California che l’aveva trovato tramite l’Unione degli Scrittori quand’egli ancora abitava a Santa Monica. Dan venne all’università di Los Angeles, per quell’evento. Fu assai lieto d’incontrarci e si sentì onorato nel ricevere dalle mani del sindaco dell’Aquila, Biagio Tempesta, il sigillo del Primo Magistrato, simbolo dell’antica Municipalità aquilana. Fu un incontro molto cordiale, amichevole e denso di reciproche emozioni, nel ricordo della storia della famiglia, del nonno Nicola, emigrato da Torricella Peligna a Denver, in Colorado, dove nel 1909 nacque John Fante, scrittore ormai nell’olimpo della letteratura americana, che tuttavia conobbe fama e successo negli ultimi anni di vita e sopra tutto dopo la morte, nel 1983.

Dan Fante ci promise che sarebbe venuto a salutarci all’Aquila, in uno dei suoi viaggi in Italia. Mantenne la promessa l’anno dopo, in giugno. Venne a farci visita, curioso di conoscere da vicino l’Accademia dell’Immagine e l’Istituto Cinematografico, due istituzioni conosciute negli ambienti della settima arte di Hollywood. Gabriele Lucci, fondatore e anima delle due istituzioni, guidò lo scrittore illustrandogli le missioni della scuola d’alta formazione e le attività culturali della Lanterna Magica, con i suoi preziosi archivi cinematografici. Gli espose poi le prospettive per il futuro. Dan ne fu molto interessato. Concluso l’incontro, egli avendo solo poco tempo disponibile per una visita in centro, l’accompagnai alla vicina Basilica di Collemaggio, parlandogli della fondazione della città, della singolare storia civica, della Perdonanza e di papa Celestino V. Provò una grande emozione varcando la soglia della basilica, al tramonto, quando il rosone centrale della facciata disegna la sua ombra sul magnifico pavimento, nitida e stupefacente specie nei giorni vicini al solstizio. Rimase come incantato dalla possenza delle arcate gotiche, dall’altera sobrietà del tempio, dalla raffinatezza del mausoleo di Girolamo da Vicenza dove riposano le spoglie di San Pietro Celestino, davanti le quali si raccolse, in silenzio, in una meditazione che mai avrei immaginato. Invece lo stupì la storia di quest’umile monaco diventato papa per cinque mesi fino a dimettersi il 13 dicembre 1294 – caso unico nella storia della Chiesa – la sua statura spirituale, il messaggio di perdono e di pace lasciato all’umanità con la Bolla istitutiva del primo Giubileo della cristianità, la Perdonanza Celestiniana. Poi, lasciata Collemaggio e infilata via Fortebraccio in macchina, a Piazza Bariscianello fece una breve sosta, còlto ancora da suggestione nell’ammirare l’ampia scalinata e l’imponenza della facciata rinascimentale della Basilica di San Bernardino mentre candida risplendeva sotto i raggi del sole, calante dietro l’orizzonte di Roio.

Da allora, da quella pur breve visita alla città, L’Aquila gli è entrata nel cuore. Lo si è visto, proprio quando vergava sulla parete del cantiere la sua bella testimonianza d’affetto. Dan, tra l’altro, è persona che non conosce le mezze misure, si dà completamente, come la sua esperienza di vita racconta. Avere un padre famoso come John Fante può significare una vita comoda. Ma per Dan le cose sono state più complicate. Intanto per il difficile rapporto con il padre. Capita a tutti i giovani, figurarsi a Dan, con un padre così famoso e “ingombrante”. Nonostante l’agiatezza e le comodità nelle quali è cresciuto, in gioventù Dan ha conosciuto ogni tipo di eccessi, come l’alcolismo, un vizio tramandatogli dal padre, così come da suo fratello Nick, morto investito da un’auto mentre era ubriaco. D’altronde, tutto è raccontato nei suoi romanzi – in Italia sono stati pubblicati Angeli a pezzi (1999), Agganci (2000), Mae West (2008), Buttarsi (2010) e la commedia teatrale Don Giovanni (2009) – attraverso il suo alter-ego Bruno Dante e i personaggi che animano le sue storie, dove riecheggiano esperienze autobiografiche e complicati rapporti familiari.

Più di tutti ne è specchio la storia narrata nella sua commedia Don Giovanni. Lo scrittore Jonathan Dante, gravemente ammalato, festeggia i settant’anni nella villa di Malibù. Al suo fianco, con la moglie Catherine, i due figli Dick e Bruno, la nuora Agnes e la nipote Dalia. In famiglia le tensioni sono pesanti: tra il padre e i due figli, tra Dick e Bruno, tra Agnes e il marito, tra la stessa Agnes e il cognato. Ne emerge un durissimo ritratto di famiglia, toccante e amaro, ma percorso da una potente vena ironica e dalla speranza di un padre che, negli ultimi anni di vita, cerca di recuperare il suo rapporto con i figli. La commedia, scrive Francesco Durante, potrebbe essere letta “come un curioso ma a suo modo fedele contributo alla biografia di John Fante”. E Dan Fante ha dichiarato spesso come la sua commedia nasce anche dall’esigenza d’una sorta di risarcimento nei confronti del padre, per rivelarne “la vera natura senza tacere dei suoi errori ma anche restituendogli integra una dignità di uomo che non coincide con quella del personaggio che tanto è piaciuto ai media nel periodo della ritrovata fortuna post mortem”. Oltre a essere un omaggio a John Fante, Don Giovanni è una critica feroce al sogno americano. Bello e intenso, invece, il rapporto di Dan Fante con sua madre, Joyce Smart. Una donna davvero eccezionale, contraria alle convenzioni sociali appartenenti ai Wasp, i ricchi proprietari terrieri anglosassoni, cui la sua famiglia apparteneva. John Fante, che negli anni Trenta viveva a Roseville, cittadina californiana dove la sua famiglia s’era trasferita dal Colorado, lì conobbe Joyce Smart, la sua futura moglie, una delle prime donne laureate alla Stanford University. La famiglia di lei, ricca e conservatrice, mal sopportava che Joyce frequentasse un giovane scrittore dalle umili origini, figlio d’un emigrato italiano. Ma non ci fu nulla da fare. I due innamorati, Joyce e John, nel 1937 decisero di sposarsi in segreto nel Nevada, a Reno, e di andare a vivere a Los Angeles, dove ebbero i loro quattro figli.

Dan Fante è nato appunto a Los Angeles, nel 1944, e lì è cresciuto. A vent’anni, lasciata la scuola, inizia il turbolento viaggio della sua vita, andando dapprima a risiedere a New York, per dodici anni, poi in giro per gli States. Nella Grande Mela Dan fece tutti i mestieri per sostenersi, talvolta in condizioni molto precarie. Decine di esperienze di lavoro, talvolta scadente, come venditore porta a porta, tassista, lavavetri, telemarketing, investigatore privato, hotel manager notturno, autista occasionale, postino, lavapiatti, parcheggiatore, venditore di mobili ed altre più umili occupazioni. Ogni esperienza della sua vita giovanile è tuttavia trapuntata dagli eccessi, sopra tutto da un uso smodato dell’alcool che è stato per anni il suo demone più assiduo. Vita complicata che ha ispirato la sua scrittura “di strada”, una prosa forte ed avvincente, che nelle diverse modulazioni alimenta, come già il padre John ad un livello eccelso, quel filone della letteratura americana che con Steinbeck, Faulkner, Fitzgerald, Kerouac, Miller, Bukowski e Selby Jr ha tracciato un solco profondo, facendo conoscere l’America, la società americana e le sue ossessioni meglio d’ogni altra corrente letteraria. Dan Fante va dunque da anni affermando una sua dimensione di rilievo nel mondo letterario, come poeta, commediografo e sopra tutto romanziere. La sua scrittura è corrosiva e geniale. Certamente un talento della letteratura contemporanea. Invitato nel 1999 al Festival delle Letterature di Mantova, fu quello il suo primo viaggio in Italia. Poi è tornato più volte, sopra tutto alla ricerca della proprie radici. Così Dan Fante disse in quella occasione: “Per me essere qui, in Italia, è anche come fare una specie di pellegrinaggio sulle tracce di mio padre. Ho pensato molto a lui, stando qui. Mi è tornato in mente il suo amore per l’Italia, per i suoi avi, per il paesello. In Svizzera, a Mendrisio, ho sentito i mandolini e ho pensato molto a lui. A quando raccontava di Napoli, per esempio. Sarà stato tra il ’59 e il ’60, mio padre era in Italia a fare cinema, e ci scriveva dall’Italia, di quanto amasse essere lì, quei posti, quella gente. Ora sono in contatto anche con dei parenti. Pare che a Torricella Peligna, il paese in Abruzzo da cui sono venuti i nostri avi, ci siano ancora dei cugini…”.

E in effetti, da allora, Dan Fante è tornato diverse volte in Italia, in particolare a Torricella Peligna, per partecipare al Festival letterario dedicato a John Fante “Il Dio di mio padre”. L’evento di anno in anno cresce in prestigio, sotto la sapiente direzione artistica di Giovanna Di Lello, che ne è l’anima e il motore sin dalla prima edizione. Anche quest’anno il Festival, insignito della medaglia di riconoscimento del Presidente della Repubblica, si è concluso con uno straordinario successo di pubblico e di critica. Questa sesta edizione – Dan e Victoria Fante ospiti d’onore – iniziata il 19 agosto, è stata particolarmente ricca di appuntamenti e di incontri prestigiosi, a partire dal Premio Letterario “John Fante Opera Prima”, presentato da Giulia Alberico, Masolino d’Amico e Francesco Durante, vinto da Federica Tuzi con il romanzo “Non ci lasceremo mai”, edito da Lantana. Altro appuntamento molto seguito ed apprezzato dal pubblico è stata la lectio magistralis sull’arte del racconto tenuta dal filosofo Gianni Vattimo, introdotto da Giulio Lucchetta, docente di Storia della Filosofia antica ed estetica all’Università di Chieti. Vattimo, che ha conversato con una platea da record per il Festival, ha espresso tutta la sua passione ed ammirazione per John Fante, affermando come lo scrittore fosse in grado di aprire le porte di un mondo, cui il lettore era invitato ad abitare. La serata del 20 agosto è proseguita nella pineta di Torricella Peligna, dove il jazzista Enrico Rava ha duettato con Giovanni Guidi in un concerto omaggio a John Fante, cui hanno presenziato con commozione anche i figli del grande scrittore, Victoria e Dan.

Il Festival si è concluso domenica 21 agosto con una serie di appuntamenti legati al mondo dell’editoria e della scrittura. Ma l’altro prestigioso appuntamento nella giornata conclusiva della sesta edizione è stato l’incontro con il critico letterario Antonio D’Orrico, che nel presentare il suo libro “Come vendere un milione di copie e vivere felici” edito da Mondadori, ha conversato con il pubblico di letteratura, critica ed editoria. L’autore, presentato ironicamente da Francesco Durante come il critico letterario più amato e più odiato d’Italia e che per questo ha “subito” la congiura del silenzio sul suo primo romanzo, ha confessato quanto sia rimasto affascinato vedendo da vicino la macchina da scrivere con la quale John Fante ha “partorito” i suoi migliori racconti. Quella stessa macchina da scrivere, che nel 2007 Dan ha donato al MediaMuseum di Pescara, sulla quale il grande John scrisse il suo ultimo romanzo “The Brotherhood of the Grape” (La confraternita dell’uva). D’Orrico ha poi sottolineato come il ponte ideale fra Italia e Stati Uniti sia proprio il borgo di Torricella Peligna, infine rispondendo alle domande di Dan Fante, curioso di sapere cosa avesse spinto un critico ad avventurarsi sul terreno impervio della scrittura. “Io non ho studiato da critico – ha risposto D’Orrico – mi ci sono ritrovato, portando avanti la mia passione per la lettura”. Infine un emozionato, commosso e grato Dan Fante ha letto un brano tratto dal memoir “A Family’s Legacy of Writing, Drinking and Surviving” in uscita a settembre negli Usa. Il giorno dopo Dan è venuto all’Aquila. Terremo nel cuore la sua testimonianza d’amore verso la nostra città ferita come uno dei gesti più autentici e preziosi da conservare nella nostra memoria.


01 Settembre 2011

Categoria : Cronaca
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